Sì, o no.

“Senza cuore saremmo solo macchine”, diceva Shakespeare. Innamorarsi è una prerogativa umana. Stasera mia sorella ha festeggiato i suoi 27 anni, e per l’occasione ha organizzato un tipico brunch inglese, con la piccola differenza che anziché durare dalle 10 alle 12, è durato dalle 21 a mezzanotte. Ho parlato con un’amica che frequenta un ragazzo da circa otto mesi. I maledetti otto mesi. Lui le piace, sia fisicamente che, cosa più importante, caratterialmente. Ha addirittura aggiunto che la fa stare bene. Però, non si ritiene innamorata. Le ho chiesto il perché, e mi ha risposto che quando è con lui non sente le farfalle allo stomaco. Il discorso era collettivo, e molti hanno detto “le farfalle allo stomaco sono roba da film”, oppure “si sentono solo all’inizio di una relazione”. In quel momento, di fronte a certe affermazioni, ho pensato “cazzo! Possibile che io sia l’unico coglione ad essersi innamorato sul serio?”. Credo che quando si ami realmente una persona, e per amare realmente intendo con tutto il proprio essere e il proprio spirito, basti solo pensarla per emozionarsi, e provare le famose “farfalle allo stomaco”. E non credo che durino giusto i primi mesi, ma che siano eterne. Le ho provate, per mesi e mesi, e bastava una foto, una telefonata, una carezza, un qualsiasi cazzo di contatto per farmi mancare il respiro, e sentirmi in paradiso. “Amare” è questo, secondo me. Ogni tanto mi capita di spulciare qualche vecchia conversazione, qualche foto, addirittura qualche sms, visto che li ho tutti salvati sul computer grazie al software del caro e vecchio Nokia 6210 Navigator, e quelle farfalle sembrano volate via. Quel che rimane è un pugno allo stomaco, forte, netto e deciso, per poi passare ad un mix di inferno e paradiso, senza via d’uscita. Senza possibilità di salvezza. Senza riuscire a provare indifferenza. O si è innamorati, o non lo si è. O si provano queste emozioni, o non le si provano. Fatto sta che se l’amore arriva, non ci lascia più. Un pò come una condanna a morte, senza data fissata per l’esecuzione. Un pò come una fetta di limone ricoperta di zucchero. Un pò come uno sfigato che non ammetterà mai di esserlo. Pugno allo stomaco, ansia al solo sentir pronunciare quel nome, brividi al pensiero di poter avere un faccia a faccia. Paura, all’idea del suo matrimonio. Perché sai che un giorno dirà “sì”. Ma non a te.

“Quando tornerai non sarò qui”,
ha detto, strattonandomi dolcemente.
“Se vuoi parlare, puoi chiamare.
E no, non è colpa tua”.

Ho semplicemente sorriso, e sono andato via.
Ma c’è qualcosa che devo sapere…
Qualcun altro ha rubato la mia parte?
Ha detto che non è colpa mia.

Sono stato mandato alla deriva,
come se stessi guardando tutto dall’esterno.
Nei miei sogni tu sei ancora qui,
come sempre.

Ho completamente gettato via me stesso,
ma tu non riuscivi a vedermi,
nonostante stessi dormendo nel tuo letto,
perché qualcun altro era nella tua mente.
Nella tua testa.

Quando sono tornato indietro non c’era.
Mi aveva lasciato solo un appunto sulle scale.
“Se vuoi parlarmi, chiamami”.

Poi il mio cuore è stato in Siberia.
Aspettava che la bugia diventasse vera.
Perché è tutto così buio e misterioso
quando l’unica persona che vuoi non ti vuole.”

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