Senza più catene.

Ci fa più paura la nostra singletudine, o quella delle nostre fiamme spente? Quando si è completamente single, senza conquiste per la testa, è inevitabile che i pensieri si rivolgano al passato, e a coloro che ci hanno fatto sorridere e poi piangere. Ci chiediamo “chissà come sta?”, o con chi sta, o se il suo cuore è di nuovo impegnato. Magari siamo ancora nella fase ‘terrore da scopata’, che arriva subito dopo la fine di una relazione, in cui il solo pensiero che lei/lui possa andare a letto con qualcuno equivale ad un trauma. E poi passa il tempo, le vite si allontanano sempre di più, e ci si culla sul proprio cuore libero. E se il cuore di chi abbiamo amato dovesse “impegnarsi”? Essere ancora single nello stesso tempo in cui un vecchio amore ci rimpiazza può essere un brutto colpo, magari segno di un’incapacità, anche inconscia, di andare avanti, o semplice sfiga nel non aver trovato la persona giusta. E lì scattano le crisi, la domanda da un milione di euro “perché io no?”, e l’immaturo spirito di competizione che vuole a tutti i costi farci apparire sorridenti e felici. Come se l’amore fosse una copertina patinata di Vogue da sbattere in faccia ad un vecchio amore, con tanto di cover story intitolata “ti ho dimenticato!”. Ma non è così, e ci ritroviamo a sguazzare nell’ipocrisia, nell’autoconvinzione che una qualsiasi cazzo di relazione possa eliminarne una andata male, e che basti soltanto avere qualcuno accanto per svegliarsi col sorriso e addormentarsi col cuore a mille. Apriamo gli occhi, e la singletudine di quella fiamma spenta ci ossessiona, mostrandoci la cruda verità che la fiamma arde ancora, e forse più di prima. Di amori basati su questa teoria ce ne sono a bizzeffe, ed è la spiegazione per cui ci si lascia dal mattino alla sera, per poi farsi una scopata occasionale il sabato successivo con tanta nonchalance. Questa, la spiegazione per cui sono single. Le mie vecchie fiamme sono spente, non c’è alcuna singletudine che mi ossessioni, e riesco a dormire sereno senza dare baci della buonanotte. Perché è vero che “singletudine” vuol dire “indipendenza”, e quest’ultima deriva dalla libertà mentale. La mia mente è libera, e non c’è passato che riesca ad occuparmela, perché ho imparato a tenere le serrature chiuse ben salde, seguendo ogni giorno il mio cammino da solo. Tra due giorni compierò vent’anni, che arrivano in uno dei periodi più formativi della mia vita. Sto cambiando, e sento ogni minimo cambiamento sulla mia pelle e sul mio spirito. Sono ritornato a Napoli, a casa mia, due giorni fa. Per raggiungere questo imminente traguardo qui, dove sono nato e cresciuto, con coloro che mi amano da sempre e conoscono ogni sfumatura di me. Per riconquistare me stesso, in questa splendida casa che sto vedendo come una sorta di clinica di disintossicazione, paragonata alla residenza milanese, in quanto a relax e comfort. In quanto ad amore. Ho impugnato le redini della mia vita. E cerco il meglio di me.

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One thought on “Senza più catene.

  1. Morire come le allodole assetate dal miraggio / o come la quaglia / passato il mare / nei primi cespugli / perché di volare / non ha più voglia. / Ma non vivere di lamento / come un cardellino accecato.

    Per ragioni cronologiche, non ho potuto mai dialogare con un poeta che amo profondamente, Giuseppe Ungaretti (1888-1970). Così, ogni tanto idealmente ascolto il poeta sfogliando le sue raccolte e soffermandomi su qualche pagina. Oggi ho davanti a me i versi della notissima Agonia che so ormai a memoria. C’è dolore e dolore, così come non tutte le morti sono uguali pur meritando lo stesso rispetto. Il lamento del cardellino accecato dalla crudeltà del cacciatore che lo usa come richiamo è, certo, straziante, ma è drammaticamente senza approdo. La vita che trascina è amaramente senza sbocco e significato. Per contrasto, ecco il morire di un’allodola o di una quaglia che si sono gettate nel «folle volo» della ricerca dell’infinito, degli spazi immensi, della luce del sole. Certo, sono ormai stremate e in agonia, ma alle spalle hanno un’avventura esaltante e unica e quindi un’esistenza piena e realizzata. La parabola è chiara: la vita non dev’essere un lamento statico, una rassegnazione atroce, un incubo a cui ci si sottomette, ma una ricerca, una corsa, un volo. In noi ci sono straordinarie possibilità, c’è un’apertura naturale verso l’alto, la bellezza, il gratuito, il mistero, il divino. Dobbiamo cercare di evadere dal perimetro della nostra gabbia, anche a costo di perdere sangue. Se continuiamo ad accontentarci delle cose piccole, non saremo mai capaci di compiere quelle grandi.

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