La spontaneità che cercavo.

“The Artist” è l’esempio di come oggi tutto ciò che sia vintage, sforzatamente pesante e noioso sia facilmente spacciabile per “arte” alle masse ignoranti. Per carità, un film veramente ben fatto e sicuramente originale nel panorama cinematografico odierno, fatto perlopiù di piacevolissimi blockbuster che scorrono via come un calice di bianco ad un rinfresco da quattro soldi. Ma, una volta fuori dalla sala, non ci lascia nient’altro che qualche sbadiglio, e la tremenda voglia di non rivederlo mai più. Perché muto, con i frame dei dialoghi scritti che compaiono ogni cinque o dieci minuti, e si sa, in un’epoca in cui c’è un home theatre in ogni casa, con una società abituata a masticare l’intrattenimento usa-e-getta come una BigBabol, non risulta una scelta poi tanto azzeccata. A meno che non si voglia, appunto, fingere di aver assistito ad un’opera d’arte cinematografica solo perché non si è mai ascoltata la voce dei due ottimi protagonisti. Tra un abbiocco e un sorso di Coca-Cola Zero mi sono sforzato, però, di recepire il messaggio del film. I due protagonisti, entrambi innamorati segretamente l’uno dell’altro, vittime dell’orgoglio, scaturito dal declino lavorativo di uno e dall’ascesa dell’altro. Se davvero si vuole amare, e campare bene, bisogna mettere l’orgoglio da parte. Il messaggio più banale e scontato del mondo. Praticamente, come andare a cena al Ristorante Caruso a Napoli e ricevere su un vassoio d’argento un Angry Whopper di Burger King. Poco tempo fa scrivevo d’orgoglio, del mio, dicendo che bisogna contare fino a dieci prima di parlare (altro grande messaggione!). Negli ultimi giorni ho capito che, invece, è importante cacciare tutto quel che si ha dentro, dalla prima all’ultima parola, ogni emozione, perché l’onestà ripaga. Sempre. Perché in quei dieci secondi che facciamo passare prima di parlare reprimiamo ciò che vogliamo, e quel che realmente siamo. E’ importante riflettere prima di agire, ma è vitale rischiare, e mettersi totalmente in gioco. Senza imbarazzi, né vergogna. Perché pensiamo che siano gli altri ad essere falsi con noi, senza renderci conto che siamo noi stessi a prenderci in giro, accantonando il nostro essere e le emozioni che ne conseguono. Rischiare, ricevere un no, ed essere felici per non avere rimpianti. Rischiare, ricevere un sì, ed essere felici per non aver mai gettato la spugna. Perché finché daremo voce al nostro cuore, saremo sempre dei vincenti.

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2 thoughts on “La spontaneità che cercavo.

  1. Un uomo non può permettersi di avere delle idee che potrebbero compromettere il modo in cui si guadagna il pane. Se vuole prosperare deve seguire la maggioranza. Altrimenti subirà danni alla sua posizione sociale e ai guadagni negli affari- Conformarci è nella nostra natura. È una forza alla quale pochi riescono a resistere- Solo ai morti è permesso dire la verità. La sua ironia era tagliente e spesso amara e le righe che abbiamo proposto ne sono una prova folgorante. Come lo è questo terribile aforisma che osiamo trascrivere con esitazione, proprio sulle pagine di un quotidiano: «I giornalisti onesti ci sono. Solo che costano di più».

    Il pessimismo dello scrittore americano ottocentesco Mark Twain, l’autore delle Avventure di Tom Sawyer, è comunque una sferzata benefica contro la sonnolenza dei luoghi comuni, contro la deriva dell’opinione dominante, contro la banalità di un’esistenza comoda e superficiale, contro l’adulazione servile per interesse personale. Ecco, infatti, nel passo sopra citato la denuncia di quel conformismo a cui si piega il capo per non avere fastidi e soprattutto per ottenere vantaggi egoistici.

    Vorrei lasciare ancora la parola a Twain: «Non facciamo altro che sentire, e l’abbiamo confuso col pensare. E da questo nasce un risultato che consideriamo una benedizione: il suo nome è Opinione Pubblica. Risolve tutto. Alcuni credono che sia la voce di Dio». Lo scrittore non conosceva ovviamente la televisione e internet e si accaniva contro la stampa, ma se fosse qui oggi aggiornerebbe certe sue staffilate contro gli attuali comunicatori di massa.

    C’è, al riguardo, un’altra sua frase implacabile, ma sacrosanta, soprattutto nell’odierno circo mediatico: «Esistono leggi per proteggere la libertà di stampa, ma nessuna che faccia qualcosa per proteggere le persone dalla stampa». E continuava: «Una bugia detta bene è immortale».

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