Trauma d’arte.

Conservo ancora il pacchetto di Winston Blue sul quale scrivesti “A.”, per distinguerlo dal tuo. Era un pomeriggio di Giugno, il giorno del mio compleanno. Eravamo stati al cinema a vedere “Saw VI”, mentre ci baciavamo tra un omicidio e l’altro, reduci da una notte senza controllo. Una scarica elettrica, che mi attraversava le vene, fino ad arrivare alla mente. Perdevo il controllo, forse per sentirmi totalmente immune dal tuo amore cattivo, mentre ti guardavo negli occhi e vedevo il riflesso di lui. Lui che ti manipolava, costringendoti ad allontanarti da me, per poi ritornare. Era quasi come se non volessi ferirmi, ma lo facevi, perché dovevi farlo. Per creare quel che sono oggi. Una stella cadente che non è mai caduta. Sul mio cielo, che si faceva sempre più scuro, col tuo fumo rosso che mi annebbiava la mente. Il tuo era il sorriso più sincero che avessi mai visto. I tuoi baci erano i più emozionanti che avessi mai provato. Con gli Hooverphonic che parlavano di noi, e del nostro paradiso mai raggiunto. Non ho mai sofferto realmente per te, detto con tutta onestà, e non ne soffro tutt’oggi, a discapito di quanto si possa pensare da queste righe. Ma i nostri sono i ricordi più belli che riesca a ricordare. Mi viene in mente il sole d’Agosto in riva al mare, con “Grazie” degli Zero Assoluto che ci faceva da sottofondo abbronzante tramite quelle casse che non ricordo dove avevi rubato. E “Someone to Love” di Elisa, che hai riciclato un anno dopo, a dimostrazione di quanto la sentissi nostra. Ricordo l’attesa di sentire il citofono suonare, e vederti salire le scale di casa mia. E quando volevi lasciarmi, chiudendo quella valigia mai disfatta, per raggiungere il tuo passato che sfrigolava il nostro presente, spacciando le mie bugie bianche per ciliegina sulla torta. Era tutto così finto e allo stesso tempo reale con te, come un paese delle meraviglie nel quale ero accidentalmente caduto. Vivere significava sognare, in uno stato di apnea. Qualcuno mi chiamerebbe “vittima”, senza riuscire ad andare oltre le righe. Qualcun altro mi chiamerebbe “esibizionista”, senza riuscire a trarre il valore dei miei sentimenti. Tu mi chiamavi “Maometto”, ed eri la montagna che veniva da me. Col tuo sangue e il tuo lato oscuro, che mi penetravano l’anima. Probabilmente dovrei solo ringraziare Dio. Perché forse mi sono salvato.

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