6.

Fuori piove ed è iniziata un’altra primavera. La sesta che vivo attraverso questo blog.

Era il 20 marzo 2008 quando decisi di aprire uno spazio virtuale che fosse solo mio, a disposizione dei miei pensieri, paure, emozioni; avevo sedici anni, una settimana dopo quel giorno in cui sembrava che mi stessi giocando la realizzazione di quello che, ai tempi, era il mio sogno più grande e tre giorni dopo quello che fu il giorno più brutto della mia vita. Da allora è come se ogni anno vedessi marzo, l’arrivo della primavera, come il vero inizio dell’anno nuovo, di un altro capitolo. Potrei quasi dire di essere nato, morto e risorto diverse volte negli ultimi sei anni. E tutto è scorso via così velocemente da farmi paura.

Quella maledetta estate, quelle lacrime, quella mancanza incolmabile, quella ribellione per evadere dalla realtà. E la nascita di un nuovo me.

Il primo amore, dolce, ingenuo, magico e illusorio, proprio com’era giusto che fosse, con Roma, testimone di quei tempi che oggi mi tirano via un sorriso, con la consapevolezza che, in fondo, all’inizio di ogni nuova relazione saremo sempre un po’ ingenui, e che tutto ciò che impariamo alla fine di ogni relazione è che ci si può fidare sempre meno delle persone.

E poi arrivò quel 2010, con i sabato pomeriggi trascorsi a fare guest list per quei locali che porterò sempre nel cuore, i weekend che iniziavano il giovedì sera fatti di feste e nuovi amici che si accumulavano settimana dopo settimana, e quel trasferimento a Milano, deciso in un pomeriggio di luglio con mia madre che cercava di convincermi a non scappare a Londra a diciannove anni appena compiuti. Bastarono una telefonata e un appuntamento per l’iscrizione in Università a rendere il tutto improvvisamente definitivo.
Un cambiamento che mi sembrava così radicale, e che oggi, a distanza di tre anni e passa, è diventato quasi una gabbia dalla quale voglio liberarmi al più presto.

E’ la voglia di esplorare, di vivere qualcosa di nuovo, alla ricerca di nuovi stimoli. Il mio futuro non riesco proprio ad immaginarmelo qui, o più semplicemente non voglio.

Poi arrivarono il 2012 e il 2013, anni in cui Londra e Milano non erano mai sembrate così vicine prima. Aerei su aerei (sia lodata easyJet), migliaia di gigabyte consumati con FaceTime (grazie Steve Jobs!) e tante città e nazioni che forse non riuscirò mai più a vedere come prima. Ed ho imparato che è vero che tutto vale in amore e in guerra.

Oggi vado per i ventitré anni, sono ancora un fumatore e adoro ancora McDonald’s, e sì, vorrei ancora riuscire a liberarmi di entrambe le cose. Sono single, e finalmente, per la prima volta, non mi fa né caldo e né freddo. Indosso ancora i primi jeans e le prime t-shirt e felpe che pesco nell’armadio e continuo a non capire chi sceglie Android al posto di Apple. Provo ancora un’abbondante repulsione per gli pseudo radical chic e tutto ciò che è snob, il che mi fa odiare almeno l’85% delle persone che popolano questo paesone che si spaccia per città europea (je piacerebbe), anche se gli ultimi due anni trascorsi a lavorare nella comunicazione e nelle PR dovrebbero avermi aiutato ad attenuare questo mio odio, o forse l’hanno addirittura aumentato. Mi sa che vince la seconda.

In vista del settimo anno non mi pongo troppe pretese (quelle le lascio ai buoni propositi mai realizzati per gli anni passati), ma solo tanti sacrifici per il raggiungimento di un unico, grande obiettivo.

Per una nuova vita.
Un’altra.

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