Quanto bastava. Quanto basta.

Quando mi bastava un abbraccio e saltare attorno a una stanza per essere felice. “Let’s jump around the room”, come bambini, nella purezza di un gesto che valeva più di tutti i diamanti che piovono su Giove e Saturno.
Quella felpa bianca che mi piaceva tanto indossare per il profumo che aveva sempre impresso, per il calore che mi dava, con quell’aria fresca sotto quel cielo sempre grigio che adoravo, perché, in fondo, era il sole di quei giorni. Avevo dimenticato cosa significasse essere tristi, mentre vivevo ricordi sempre nuovi fatti di profumi, sorrisi, baci, brindisi, conforti, sogni.
“You fit me better than my favourite sweater”, cantava Lana Del Rey, e sapevo esattamente cosa intendesse. Era uno stato di grazia, la felicità più felice che si possa provare. Erano certezza e sicurezza, gesti che non avevano bisogno di alcun “per sempre” rafforzativo; il presente che vivevo e il futuro che volevo.

Era la mia abilità nel distruggere tutto ciò che vale. Un sabotaggio scaturito da quel fuoco ardente che è l’irrazionalità. Erano il bianco e il nero, quella dualità che si contrapponeva e non lasciava più chiarezza. Era il cielo grigio che diventava sempre più cupo, con l’aria fresca diventata gelida. I ricordi si costruivano di lacrime, addii, punti interrogativi. Era la storia più bella mai scritta strappata in mille pezzi e bruciata in un fuoco che ha raffreddato gli animi. “This is the beginning of the end”.

E’ un rimpianto. E’ capire che è veramente tutto dipeso dalle nostre azioni, e che c’è una linea sottile che divide il cuore dalla ragione.
E’ il cuore che soffoca e non riesce più a parlare. E’ la ragione, orfana dell’onestà.

Basterebbe poco, per avere tanto.

R.I.P.

Preso dalla routine, da impegni effimeri, dal pensare a non pensare, vagabondando nel mondo con mille punti interrogativi, alla ricerca di qualcosa di dolce e di leggero con cui riempire pagine lasciate vuote da quella salvezza che è stata quell’addio. A volte mi faccio due calcoli e realizzo quanto tempo sia passato, così velocemente da far paura, come se dovessi raggiungere un imminente traguardo al quale rischio di arrivare impreparato. Come se non fossi più al passo con la vita, col tempo, interrogandomi su quanto sia davvero passato, a parte i mesi sul calendario.
Ne ho passate tante, ne ho viste un po’, eppure queste pagine recenti mi sembrano così vuote, insulse e irrilevanti. Non c’è più emozione, ma solo comandi statici dettati dalla voglia di proseguire verso un altro giorno. E quelle farfalle che partivano dallo stomaco fino ad annebbiarmi la mente hanno probabilmente raggiunto e superato l’arcobaleno, senza di me.

Mi trasformo in pietra, mentre la fede va via, e gli occhi diventano di ghiaccio, insieme all’anima congelata in un presente rosso il cui futuro sembra buio, rimpiangendo quel passato imposto dal destino che altro non era che un angelo di luce.

Suona il telefono e mi risveglio, riconquistando quella fede che una volta persa mi avrebbe reso un animale in mezzo a tanti altri. Il ghiaccio si scioglie grazie al fuoco scaturito dalla potenza della forza di volontà, di essere. La mia. Le catene si spezzano e il buio diventa luce. Non ci sono più arcobaleni da raggiungere, né farfalle accecanti. Niente più fantasmi da riportare in vita.

C’è solo un mondo veramente di merda al quale dimostrare chi sono Io.

6.

Fuori piove ed è iniziata un’altra primavera. La sesta che vivo attraverso questo blog.

Era il 20 marzo 2008 quando decisi di aprire uno spazio virtuale che fosse solo mio, a disposizione dei miei pensieri, paure, emozioni; avevo sedici anni, una settimana dopo quel giorno in cui sembrava che mi stessi giocando la realizzazione di quello che, ai tempi, era il mio sogno più grande e tre giorni dopo quello che fu il giorno più brutto della mia vita. Da allora è come se ogni anno vedessi marzo, l’arrivo della primavera, come il vero inizio dell’anno nuovo, di un altro capitolo. Potrei quasi dire di essere nato, morto e risorto diverse volte negli ultimi sei anni. E tutto è scorso via così velocemente da farmi paura.

Quella maledetta estate, quelle lacrime, quella mancanza incolmabile, quella ribellione per evadere dalla realtà. E la nascita di un nuovo me.

Il primo amore, dolce, ingenuo, magico e illusorio, proprio com’era giusto che fosse, con Roma, testimone di quei tempi che oggi mi tirano via un sorriso, con la consapevolezza che, in fondo, all’inizio di ogni nuova relazione saremo sempre un po’ ingenui, e che tutto ciò che impariamo alla fine di ogni relazione è che ci si può fidare sempre meno delle persone.

E poi arrivò quel 2010, con i sabato pomeriggi trascorsi a fare guest list per quei locali che porterò sempre nel cuore, i weekend che iniziavano il giovedì sera fatti di feste e nuovi amici che si accumulavano settimana dopo settimana, e quel trasferimento a Milano, deciso in un pomeriggio di luglio con mia madre che cercava di convincermi a non scappare a Londra a diciannove anni appena compiuti. Bastarono una telefonata e un appuntamento per l’iscrizione in Università a rendere il tutto improvvisamente definitivo.
Un cambiamento che mi sembrava così radicale, e che oggi, a distanza di tre anni e passa, è diventato quasi una gabbia dalla quale voglio liberarmi al più presto.

E’ la voglia di esplorare, di vivere qualcosa di nuovo, alla ricerca di nuovi stimoli. Il mio futuro non riesco proprio ad immaginarmelo qui, o più semplicemente non voglio.

Poi arrivarono il 2012 e il 2013, anni in cui Londra e Milano non erano mai sembrate così vicine prima. Aerei su aerei (sia lodata easyJet), migliaia di gigabyte consumati con FaceTime (grazie Steve Jobs!) e tante città e nazioni che forse non riuscirò mai più a vedere come prima. Ed ho imparato che è vero che tutto vale in amore e in guerra.

Oggi vado per i ventitré anni, sono ancora un fumatore e adoro ancora McDonald’s, e sì, vorrei ancora riuscire a liberarmi di entrambe le cose. Sono single, e finalmente, per la prima volta, non mi fa né caldo e né freddo. Indosso ancora i primi jeans e le prime t-shirt e felpe che pesco nell’armadio e continuo a non capire chi sceglie Android al posto di Apple. Provo ancora un’abbondante repulsione per gli pseudo radical chic e tutto ciò che è snob, il che mi fa odiare almeno l’85% delle persone che popolano questo paesone che si spaccia per città europea (je piacerebbe), anche se gli ultimi due anni trascorsi a lavorare nella comunicazione e nelle PR dovrebbero avermi aiutato ad attenuare questo mio odio, o forse l’hanno addirittura aumentato. Mi sa che vince la seconda.

In vista del settimo anno non mi pongo troppe pretese (quelle le lascio ai buoni propositi mai realizzati per gli anni passati), ma solo tanti sacrifici per il raggiungimento di un unico, grande obiettivo.

Per una nuova vita.
Un’altra.

#SoulMate

Sono a letto. Affianco a me c’è un’amica che dorme, crollata già da un’oretta, più o meno. Ci conosciamo da dieci anni, una di quelle amicizie di cui sei sicuro che non finiranno mai. Un po’ anime gemelle, con tanto di grattini e abbracci quando guardiamo quei film spazzatura americani che avremmo il coraggio di proporre solo ad entrambi, ma senza sesso o baci. Sembrerebbe quasi la relazione perfetta 🙂

Abbiamo pubblicato un video su Instagram con l’hashtag #SoulMate. Ho cliccato sull’hashtag e mi sono ritrovato la foto di una coppia appena sposata in #honeymoon (luna di miele). Gli ho lasciato un commento spontaneo, dicendogli che bella coppia formino, con la speranza che un giorno potrò essere fortunato quanto lo sono loro, oggi, insieme. Ed è subito arrivato il loro augurio per me, “we both hope you find the happiness that you deserve. It could happen overnight like it did with us”.

Ultimamente mi faccio prendere dalla negatività quando penso a quanto sia radicalmente cambiata la mia vita da un po’ di mesi a questa parte. Quando finisce una relazione e si è tanto orgogliosi da entrambe le parti è come se andasse in scena la fiera della felicità, una gara a chi appare più felice durante la ritrovata vita da single. È stupido, infantile, immaturo. Proprio in certi casi dovremmo pensare a vivere in funzione di noi stessi, e non di chi non fa più parte della nostra vita, perché altrimenti non si va mai davvero avanti. I social media hanno davvero rovinato tutto. Un tempo bastava cancellare il contatto dalla rubrica e via, addio per sempre, auguri e figli maschi. Oggi siamo costretti a sapere se gli manchiamo, se hanno una nuova relazione, dove si divertono nel weekend, e i più sfacciati e vendicativi ti spiattellano addirittura una bella selfie direttamente dal letto della loro “one-night stand” del sabato sera accompagnata da hashtag che manco a tredici anni del tipo #TooMuchFun e #TimeToGoHomeNow, giusto per essere sicuri che il messaggio venga totalmente recepito. Questo è lasciarsi ai tempi di Facebook.

Ho 22 anni, e la sensazione è quella di avere ancora una vita intera davanti a me. Eppure, a volte è come se non ci fosse più nulla che riesca a meravigliarmi, a emozionarmi e a sorprendermi.
Poi penso a due anni fa, nel 2012, e a come mi sentissi esattamente allo stesso modo. E allora il tutto accadde proprio “overnight”, inaspettatamente all’improvviso, come i miei nuovi amici in luna di miele hanno trovato l’un l’altro.

Pensare che esattamente in questo momento due persone si stiano tenendo per mano, su un’isola tropicale, celebrando l’inizio di una lunga vita insieme fatta d’amore, mi riempie di positività, di speranza e mi fa continuare a credere nell’amore, nel destino, nel disegno che la vita ha in serbo per me e che in fondo, fin’ora, non mi ha mai deluso.

Perché se c’è una cosa che ho imparato è che dopo il buio esce sempre il sole, e sarà ogni volta più bello, luminoso e caldo di quello precedente.

Non so chi siate, ma vi auguro tutta la felicità e l’amore di questo mondo, insieme.

E questo è l’augurio che faccio a me,
e a tutti quelli che credono negli hashtag #love, #soulmate e #honeymoon.

The Finish Line.

And then, after days and months spent looking at the past and wondering about the future, you arrive at a point where you realise that things will never be the same they used to be.
Where each one’s path is following its own way, with the feelings that become memories, day by day, leaving the present. Saying goodbye to the shared dreams and life projects that we once had together, as they would no longer have sense.

There are no more tears, no more pain when you arrive at the finish line. It’s a battle lost, where emptiness reigns inside of our hearts.

So we will go on, fulfilling that emptiness with hopes and dreams that no longer have anything to do with each other.
And one day we will hold another’s hand, that will fill our hearts again.

How sad life can be when you reach the finish line.

But also, how hopeful life can be when you go ahead, and you start writing a new line.
Pursuing another kind of happiness.

The happiness that we did not manage to keep together.

Fantasma.

Cinque giorni a Varsavia, tra passato e presente. Guardando al futuro, che non mi è mai sembrato così buio.

Vecchie strade, volti nuovi.

Emozioni che fanno fatica ad essere apprezzate, perché forse imparagonabili a quelle già vissute.

Una lotta contro i pensieri e i ricordi, una sfida tra passato e presente in cui il primo continua a tormentare il secondo, senza lasciarlo in pace, senza dargli alcuna possibilità di disintossicarsi e rinnovarsi.

Un limbo, tra quel che è stato e quello che sarà. E ad ogni modo, qualunque cosa accada, non sarà mai come ieri, perché come diceva Antoine Lavoisier “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. In questo caso ci sono una vita, una persona e un cuore da trasformare.

Non c’è ottimismo, né pessimismo. Le speranze sono diventate sogni che quasi prendono in giro la realtà, per quanto ormai irrealizzabili.

Ci sono solo i giorni che passano, senza farsi sentire, con un futuro che non dà stimoli, e un passato pieno d’amore e rimpianti.

Nessuna mano da afferrare, nessun corpo con cui scappare, nessuna voce a cui dare adito.

Solo tante facce dal sorriso automatico, come robot, sguardi privi di fuoco, vite unilaterali.

E a farmi compagnia, nella notte, è rimasto solo il tuo fantasma.

#LostIntheCity
Photographed by Sylvviv Pfeil

Resoconto di un anno che vorrei poter dimenticare ma che non dimenticherò mai.

E’ stato come un sogno dal quale ti risvegli all’improvviso, sul più bello, e ti rattristi subito, perché avresti voluto che fosse vero.

Per la lunga, maledetta serie “non si smette mai di imparare”, il 2013 mi ha indubbiamente dato qualche lezione che mi ha segnato; errori, per i quali pagherò le conseguenze per un po’. Sorrisi, tra i più belli e veri della mia vita. Lacrime, di quelle incontrollabili, che scorrono giù da sole, e non puoi fare altro che aspettare che smettano di scendere, senza asciugarle. Ho perso un punto di riferimento, ho perso la fiducia, vittima dell’amore, quello più insano e malato. Mi sono ritrovato a lottare contro chi della sua vita ha deciso di farne un’assoluta perdizione, di quelle in cui sulla bilancia qualche grammo di merda in polvere pesa più di un amore incondizionato. Ho trascorso notti abbracciato e condiviso canzoni d’amore con l’egoismo più puro, la presunzione più megalomane e l’immaturità più becera. Quello che doveva essere uno stato di grazia si era trasformato in un inferno, che mi inghiottiva giorno dopo giorno. Coperto da un’effimera felicità fatta di sorrisi da scatti usa e getta, manipolazioni mentali, viaggi da sogno e hangover da staccarsi la testa. La felicità era diventata perdere tutto e liberarmene. Ritornare ad essere libero, me stesso.

Ho imparato che una troia resterà sempre una troia, anche dinanzi ad una ormai convenzionale sorta di promessa d’amore rappresentata da uno stupido anello all’anulare sinistro; che l’egoismo e la presunzione sono bestie persino peggiori dell’invidia, che rendono ciechi in base all’imponenza dell’immaturità che gli fa da base; che un drogato non tornerà mai ad essere pulito, neanche dopo un mese di rehab per 10.000 sterline inglesi. E soprattutto che coloro privi di solidi valori morali nella vita, in fondo, non vanno condannati, ma compatiti. L’importante è lasciarli cuocere nel loro brodo, da soli, e andare avanti.

La lezione più grande che sto apprendendo da questo anno, che grazie al cielo ha fatto il suo corso, è che l’amore verso noi stessi viene prima di quello per chiunque altro, e che la felicità non è fatta di materialità, di aerei, di posti da aggiungere tra i luoghi visitati su Facebook, ma da una rara sensazione di pace e benessere. Ed è questa sensazione che punto di conquistare dal 1 gennaio di questo nuovo anno.

“Think positive, exercise daily, eat healthy, work hard, stay strong, build faith, worry less, read more, be happy, relax often, love always, live forever”, recita la cover del mio iPhone. Non sono più quello che ero poco più di un anno fa, ma posso ricominciare ad essere una persona nuova, ricostruire me stesso, e migliorarmi. Correndo verso il raggiungimento dei miei traguardi, attraverso esami di coscienza per riconoscere i miei errori e ammetterli, lavorando duramente per poter camminare un giorno a testa alta, accompagnato da una famiglia che amo e che per me vale più di tutto l’oro del mondo, alla quale sarò eternamente grato per quello che ha fatto e continua a fare per me, e da amici che sanno sempre quando è il caso di stappare una bottiglia di vodka e farmi trascinare il culo fuori di casa.

Ci sarà un solo protagonista nella mia vita nel 2014, e sono io.

«Andare avanti non vuol dire dimenticare, bensì scegliere la felicità al posto del dolore.»