Senza armi e difese.

Inizierei dicendo che ci sono troppi rumori in casa mia. C’è il motore del frigo, la ventola del mio PC, uno strano rumore in bagno che non ho ancora capito da dove proviene. Ci sono i miei pensieri, che si accavallano, si sovrappongono, fanno a cazzotti l’uno con l’altro. Sono indifeso. Non ho armi per combattere le debolezze del mio carattere che l’amore fa trasparire dai miei occhi, dalle mie parole, dai miei gesti. Avevo perso ogni contatto col mio cuore. Mi sentivo forte, cresciuto, stronzo e fiero di esserlo. Non c’era spazio per nessun altro al di fuori di me, nella mia vita. Ero vivo, e maledettamente vuoto. Quella che ieri sembrava essere gioia, oggi sarebbe dolore. Sono innamorato, in un modo che non avrei mai immaginato di esserlo. Per la prima volta in vita mia ho veramente paura di perdere una persona. Ed è una prova con se stessi, con le proprie responsabilità, maturità, crescita. E’ accettazione. Accettare ogni diversità e sfaccettatura della vita di chi amiamo. Chiudere gli occhi, e mettere giù ogni arma e scudo. Porre la propria mano al tempo, e lasciarsi trascinare dalla verità che soltanto lui può rivelare. Abbandonando ogni paura al passato, senza più alcun timore verso quella solitudine che c’era, c’è e sempre ci sarà. E’ dura. E’ difficile. Ma è l’impegno più magnanimo che si possa prendere. Perché un domani, qualsiasi cosa accada, altro non saremo che persone migliori.

A Milano,  Roma, Londra, Varsavia, Berlino,
e a tutti i posti che saranno testimoni di noi.

Si può sempre averne più di niente.

Se c’è una cosa che odio, questa è inginocchiarmi al cospetto dei miei sentimenti. Quelli ingiustificati, che non dovrei provare, per i quali mi odio, perché sento di sminuire me stesso. Vorrei riuscire a non desiderare quel che desidero. Ma non ci riesco. Costretto a rivivere quelle emozioni, anche di notte, quando chiudo gli occhi e sprofondo nel mio inconscio, quasi a volermi torturare per la troppa devozione con cui ho abbandonato me stesso. Insieme ai miei valori di autonomia, sicurezza, indipendenza. Odio dipendere da un ricordo sbiadito, perso nel buio. E quei respiri. Le parole sussurrate, rivolte alle labbra. Voglia di vivere l’istante. Sperando, o forse sognando, il futuro. Cogliere di sorpresa uccide, e rende le persone come me in questo momento. Burattini. Di un cuore che gestisce emozioni, valori, desideri, sentimenti. Era bello. Come annusare un calice di Chianti nel giardino dell’Eden. Per poi sprofondare negli inferi durante il primo accenno di sorso. Perdendo il bicchiere, in mille pezzi. Una fata ignorante che aveva esaurito il suo corso. Ciò che più è triste è l’imparagonabilità. Fallire ogni tentativo di comparazione. E ritornare sempre lì, su quell’isola felice che ci ha ospitati il tempo di capire quanto diverse fossero le scariche elettriche dei nostri cuori. Ed è triste trovare rifugio dalla realtà in qualcosa che si credeva di possedere, che non si possiede, e che mai si possederà. Perché vuol dire vivere d’illusioni. Di fantasie. In un paese delle meraviglie, dove ci si perde. Tra sogno e realtà. Io credevo nel primo. Rifiutavo la seconda. Ora mi sforzo di accettarla. Ci provo. Mi autoconvinco. E il risultato è che sono uno stolto, tanto per non rovinare la poeticità. Perché, dopotutto, in un contesto adulto nel quale mi mescolo con fierezza dai miei anni più ingenui, capisco il mio limite. La conclusione. Il motivo di tutto ciò. Ed è che sì, ho ancora vent’anni. Venti, dannatissimi anni.

L’amore della vita, meraviglioso.

Venerdì, un caldo sole di Maggio, come da accenno estivo, e una leggera brezza, a rendere viva l’aria. Un giorno orrendo, che andrebbe dimenticato, se solo fosse possibile. Ma non lo è. 11 Maggio 2012, una data, una fine. Un’interruzione improvvisa ed inaspettata, forzata, voluta, studiata. L’essere padroni della propria vita fino all’ultimo respiro. Il coraggio di premere stop, con la consapevolezza di abbandonare questo mondo e tutto ciò che si conosce, per andare chissà dove. Lasciando ai propri genitori e fratelli un ultimo ricordo, senza abbracci, né parole d’addio. Come una candela spenta dal vento nel buio della notte. Per quale motivo si dovrebbe voler lasciare la propria vita, questo non lo so. Tantomeno mi spetta saperlo. Ma, per quanto mi riguarda, nessuna ragione potrebbe mai giustificare una scelta del genere. Perché per ogni sofferenza e per ogni blackout, c’è sempre una via d’uscita verso la salvezza. La mamma, il papà, i fratelli e le sorelle di ognuno di noi. La terra, il sole, il mare, i prati verdi. L’amore, e l’amore, e di nuovo l’amore. L’emozione di un sentimento, i brividi di un bacio, e la pienezza spirituale. Non c’è nulla per cui si debba andare via prima di quando la vita stessa non voglia. Del resto, le sofferenze sono la genesi della felicità, la nascita di qualcosa di bello. Un seme che un giorno fiorirà. E fanno parte della vita, insieme alla posività. Perché è indubbiamente bello vivere ciò che è bello, ma è anche giusto vivere quel che è brutto. Senza desistere. Inseguendo quello che, in fondo, è l’unico, vero scopo che abbiamo in tutta la nostra esistenza: diventare uomini, grandi uomini, d’età, ma soprattutto di spirito.

Dedico questa canzone a Marco.
Con la speranza che un angelo abbia preso la sua anima, e l’abbia portato lì, dove tutto è meraviglioso. In Gloria.

Vi racconto Lana Del Rey.

Sono passati circa dieci giorni da quando ho ricevuto un sms che diceva: “Abbiamo posto per Lana Del Rey venerdì, bisogna essere lì alle 16:30”. Il mittente era una delle persone più care che oggi fanno parte della mia vita. Così, dopo averlo letto in fretta e furia durante una pausa sigaretta nel mio primo giorno di lavoro (stagista presso un’agenzia di public relations), ho iniziato a realizzare il tutto, emozionato, forse addirittura come un bambino che non vede l’ora di andare a Disneyland Paris.

Era lo scorso Dicembre quando ho visto il video di “Born to Die”, e sono rimasto colpito dalla voce e dall’eleganza di questa giovane newyorkese con lo charme di una diva degli anni ’50. Cupa, malinconica, illuminata da una luce che la fa splendere in un mercato, quello odierno, dove la raffinatezza sembra essere stata inghiottita dall’eccessiva estrosità delle varie Lady Gaga di turno. Non me ne vogliate se osassi bestemmiare dicendo che Lana Del Rey mi porta alla mente, per certi versi, Marilyn Monroe e James Dean. Con la sua immagine da bianco e nero, sporca ma pulita, insieme alle sue melodie, capaci di trasportare chi le ascolta in un “paradiso oscuro” (per citare la sua “Dark Paradise”), in cui felicità e malinconia si fondono, portando alla luce un’arte che inneggia all’amore, quello presente e quello passato, e che si proverà “fino alla fine dei tempi” (“Blue Jeans”). Il sogno americano, che sta vivendo dinanzi al mondo intero col suo glorioso esordio, fatto di fama, riflettori e soldi, questi ultimi, in tempi di insostenibile crisi mondiale, sfacciatamente considerati la ragione per la quale noi tutti esistiamo in “National Anthem”, vera perla dell’album “Born to Die”. Quel sogno, quella ricchezza, quella fama, che non sono niente in confronto all’amore di una vita. “I’ve nothing if I can’t have you”, canta in “Without You”. “Born to Die” è un album che da quando è uscito, il 31 Gennaio scorso, non riesco a smettere di ascoltare. E’ un viaggio attraverso un amore oscuro, con tutte le sue pene e le sue gioie spiattellate in testi tanto intimi quanto ambigui, accompagnato da un’atmosfera misteriosa che coinvolge emotivamente, con un fascino che probabilmente mancava all’industria pop usa-e-getta femminile dai tempi di “Ray of Light” di Madonna. Un viaggio, che ha lo scopo ben evidente di trasportare Lana Del Rey nel glitterato e crudele olimpo delle icone hollywoodiane. Un’artista, che non è decisamente “nata per morire”.

Venerdì 13 Aprile 2012, ore 16:30. Siamo arrivati lì, negli studi di La7 di Milano, dove Lana avrebbe registrato due performance live per “Blue Jeans” e “Born to Die”, seguite da una breve intervista per “Le Invasioni Barbariche” di Daria Bignardi. Tutto il pubblico era palesemente lì per lei, con cd e cartonati pronti per essere autografati alla prima occasione di incontrarla. Firmo la liberatoria fuori dallo studio, e sento in lontananza “Blue Jeans”, cantata dal vivo. Il soundcheck era iniziato, e a minuti ci avrebbero fatti entrare in studio per iniziare. 17:30 circa, e con la raccomandazione di Carlo Mengucci, PR di Moschino che le ha portato il vestito blu cobalto firmato Moschino Cheap and Chic che ha indossato, siamo entrati per primi, prendendo i posti migliori, proprio a pochi metri dal pianoforte accanto al quale si sarebbe esibita. Tempo di addestrarci ad applaudire, ed eccola che arriva. Lana Del Rey, alta, bellissima, con un corpo perfetto, sorridente, che saluta tutti, spontanea, e a tratti intimidita. Parte “Blue Jeans”, con la sua voce accompagnata dal piano e da una chitarra. Il live rasenta la perfezione (almeno lì in studio), con lei padrona di sé stessa e di tutto ciò che la circonda, perfettamente nel pezzo. Sorride al pubblico, e dopo un secondo riparte con “Born to Die”, anche qui eccellente in una sublime interpretazione. Entra Daria Bignardi, che ha perso tutta la stima che nutrivo nei suoi confronti per non essersi degnata di salutare noi pubblico, ponendole delle domande al limite dell’imbarazzante. Rimango colpito da come Lana descrive il suo pezzo “Blue Jeans”, parlando di un ragazzo misterioso, che ha amato talmente tanto da essersi promessa di ricordarlo attraverso la sua arte. Mezz’ora esatta, registrazione finita. Lana Del Rey viene assalita dai fans in studio firmando autografi e facendosi scattare foto random. Non riesco a vederla, né ad avvicinarmi a lei. Ci invitano ad uscire dagli studi. Ero felicissimo di averla sentita cantare dal vivo, ma avrei voluto un ricordo di quello splendido pomeriggio. Mentre ci avviciniamo all’uscita, il Santo PR di Moschino dice a me ed al mio amico di seguirlo. Ci ritroviamo dietro le videocamere. Tra tecnici, autori, addetti ai lavori di ogni tipo, c’era lei, Lana Del Rey, di fronte a me. Dolcissima, di una bellezza da mozzare il fiato, mi stringe la mano, chiedendomi come mi chiamo. Le chiedo di farci una foto, due scatti veloci, e vedendomi emozionato mi chiede, sorridendo, “are you ok?”. Una domanda, posta da lei, che è già storia. Un bacio sulla guancia, e via. “Bye Lana, thank you so much!”.

Vederla di persona, e scambiarci due parole di rito anche solo per due minuti durati un’eternità, mi ha fatto capire quanto ciò che è iconico sia costruito. Una ragazza all’apparenza come tante altre, dolce, giovane, all’apice della realizzazione di quel sogno americano che a giudicare dai suoi testi sognava da tanto. Il totale opposto della lolita sensuale ed aggressiva che canta “he loves me with every beat of his cocaine heart” in “Off to the Races”.

Elizabeth Woolridge Grant, così come ce l’hanno confezionata e venduta sotto il nome d’arte di Lana Del Rey, è una macchina costruita per emozionare (non potrò mai dimenticare i brividi che ho provato al primo ascolto dei fuochi d’artificio accompagnati dai violini nell’intro di “National Anthem”), per ispirare, per ritrovarsi nella dualità dei suoi pezzi, a tratti cattivi, e ad altri dolci e malinconici.

Lana Del Rey è un film di Stanley Kubrick, è un vestito rosso di Valentino, è un ritratto fotografico di Ellen von Unwerth.
E, con i suoi dolorosi ricordi d’amore, è anche un po’ tutti noi.

Grazie Paride.

Cliccate qui per scaricare l’album “Born to Die” da iTunes.
Di seguito, la mia canzone preferita, “National Anthem”.

Centosettantacinque parole.

Erano due vite. La differenza tra il cielo e la terra. Il bianco, che diventa nero. La classe di Elvis Presley, la tormentatezza di James Dean. Erano una bionda, e una doppio malto. La luna di notte che sentiva la mancanza del sole. Persi, tra quelle stelle che non avrebbero mai eguagliato il loro splendore. Belli, troppo per appartenere alla terra. Dannati, da cadere dal cielo. Come l’Enrico IV shakespeariano.

Se i sogni si potessero fotografare, apparirebbero cupi, sbiaditi, impossibili da definire. Un’immagine confusionaria, toccata da una leggera luce che scopre le sue ombre. Come il riflesso di un volto sull’acqua del mare. Tutto ciò che resta. Insieme alla porta semichiusa di una stanza buia, dietro la quale si nascondeva il sole. Ed era come una preghiera non rivolta a Dio. Una preghiera senza destinatario. Sogni diversi, speranze inconciliabili. Due mittenti. Erano una testa persa, rinsavita grazie ad una triste realtà. Ed un cuore, che non basterebbe una vita intera per essere recuperato.

E’ un cigno bianco macchiato di nero. Che un giorno diventerà d’oro.