Metamorfosi.

«Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.»
– Antoine-Laurent de Lavoisier

Rendersi conto di come il susseguirsi degli eventi plasmi la nostra vita, quel che ci circonda, e quello che siamo.

Crediamo che le trasformazioni avvengano dalla sera alla mattina per chissà quali oscuri motivi, cospirazioni, segreti. Eppure, tutta la nostra storia è un continuo apportarsi di modifiche che, giorno dopo giorno, ci trasformano, noi e i nostri rapporti con gli altri. Arriviamo ad un punto in cui tutto ciò che conoscevamo si presenta improvvisamente estraneo, evidenziando il distacco tra ieri e oggi. Se provassimo a guardare indietro, ci ritroveremmo davanti a quegli errori e quelle buone azioni che hanno modificato tutto, con una lentezza impercettibile, fino a farci arrivare alla diversa realtà che non è più quella di ieri.

Emozioni vissute in modo diverso. Sorrisi nuovi, con altri significati. Lacrime, che non si era mai pensato di arrivare a versare. Abbracci di conforto che non avremmo mai voluto ricevere. Comportamenti.

Comportamenti estranei, che ci spiattellano le mille sfaccettature dell’essere umano, e quanto non conosciamo mai del tutto noi stessi, e gli altri.

Se guardo indietro, vedo tante lezioni da imparare. Miglioramenti da apportare al futuro, che inevitabilmente continuerà a trasformarsi. Probabilmente cambierei qualcosa, se potessi tornare indietro. Ma tutto quel che ho, non lo cambierei con nient’altro al mondo.

Sono una persona nuova. Lo sono ogni giorno un po’ di più. Vivo per scoprire cosa mi rende felice. Imparo per migliorare.

Per far sì che non sia mai troppo tardi per cambiare.

Tre, quattro anni dopo.

Rovistavo tra profili di gente andata su Facebook. Scuole superiori. Istituto Tecnico Commerciale “Guido Dorso” di Sarno. Vecchie foto trovate per caso, risalenti solo a qualche anno fa, ma già appartenenti ad un’altra epoca. Ritrovo la dolcezza di quei giorni, dove la mia paura più grande era un’interrogazione con la prof. di Italiano, “la Pecoraro”. Le cotte platoniche, e l’ingenuità dei primi amori, belli perché vissuti senza pensare al futuro. Erano soltanto carezze, parole dolci, notti al telefono in cameretta, sms da leggere e rileggere ai migliori amici, pieni di felicità. Le serate trascorse su MSN, quando Facebook e Twitter non c’erano, in attesa di quel trillo che ci avrebbe fatto battere il cuore. Quando se alle 23 ero ancora al computer, avevo fatto tardi. Il sentirsi grandi con i primi cocktail, e il frigo stracolmo di birre durante le feste di halloween sulla terrazza di casa mia. “Blackout” di Britney Spears, in camera, a palla, per tre, quattro, cinque volte al giorno. I ‘filoni’, quando marinavo la scuola, in spiaggia a Salerno, o sugli scogli a Mergellina. E il McDonald’s di Pompei. Con quella Santa Beatissima Circumvesuviana, che ci faceva da autista in ogni dove.

I pranzi con mamma. Le notti con papà. E la forza di sorridere pensando che tutto andasse bene. L’emancipazione, i diciassette anni tra Napoli e Roma, le notti marce in discoteca, e l’alba fresca invernale di campagna. I giri ininterrotti in auto tra i paesini vesuviani, con quelle luci stradali di un arancio fortissimo, che ci illuminavano il sentiero verso il Burger King Drive. Parcheggiati in macchina, con un cheeseburger, patatine fritte con ketchup e un cd con i successi pop del momento, a parlare di quello e di quell’altra. Di quanto saremmo dovuti essere fighi il sabato a venire. Di quanto stavamo male per esserci lasciati, e di come non avremmo dovuto mostrarlo. Gli abbracci sotto casa, i “ti voglio bene”, e i “grazie teso’ per la serata”. E le frequentazioni da due settimane/un mesetto, che sembravano così amplificate e di rilievo. Intense. Emozionanti. Quasi magiche.

Ed era tutto un’età. Quell’adolescenza spensierata, che tanto spensierata forse non è stata. Quei volti angelici e puliti, quegli occhi vispi e pieni di vita. Quello sguardo così acceso che non ritrovo più allo specchio. Insieme al bambino che ero, disperso tra pagine di lacrime e sorrisi. La voglia di crescere, in fretta e furia, forse per fingere di essere più forte.

Bruciando le tappe, e bruciando un po’ me stesso.

Volti da puzzle.

Vorrei che la notte passasse in fretta come il giorno, con tutta la sua silenziosa intensità, la solitudine della mia stanza vuota, dove la finestra riflette le luci di corso Buenos Aires, e la tenda si muove leggera col vento, quasi a volermi fare compagnia mentre fumo una sigaretta, con un pensiero per boccata. Una sigaretta, una birra, e di nuovo una sigaretta. Esami di coscienza, e tante domande, portate da ricordi troppo vivi per non essere ricordati. Quel volto congelato nel tempo, che non mi fa più alcun effetto, e mi fa sentire effettivamente cresciuto, cambiato. E diverso da quello che ero mentre versavo quelle lacrime di gioia e amarezza. Quell’altro volto, che mi fa quasi rimpiangere mille azioni e milioni di parole non dette, a farmi voler tornare indietro per avere il coraggio di pronunciarle, e rivivere quel sole che non era mai stato così caldo come ad allora. Ed un nuovo volto, che dovrebbe valere per me quanto un Kleenex usato, ma che è riuscito a stendere il mio orgoglio. E’ banale dire che vivono tanti volti dentro di noi, e sono sempre quelli più sbagliati a cui diamo maggiore considerazione, come a volerci sottomettere alla costrizione del non poter possedere, e diventarne schiavi sofferenti, penosi. Sanguinanti, per i troppi spari che ci hanno trafitto il cuore. Assuefatti dal masochismo sentimentale, ed annoiati dalla dolcezza facile, veloce, carina quanto uno zerbino con su un arcobaleno. Spesso ho vissuto degli appuntamenti splendidi, perfetti, ma con i volti sbagliati. A chi non è mai capitato di trascorrere una serata da sogno, e sperare che ci fosse stata un’altra persona al posto di quella che era con sé? E’ la cosa più triste da dire, soprattutto da pensare. In fondo, non ci si può sottomettere a nessuno, tranne che alle proprie emozioni. Ed è difficile gestirle, perché spesso non sappiamo nemmeno a cosa sia dovuta l’incontrollabile spontaneità con cui nascono dentro di noi. Vorrei che fosse facile unire due cuori quanto lo sia unire due corpi. Condividere le stesse spontanee emozioni, le stesse scintille scaturite da una stessa attrazione. Proprio come due tasselli di un puzzle fatti apposta per incastrarsi tra di loro. Ma, evidentemente, Dio ha rovesciato in terra troppi puzzle differenti.